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Genova. Storie di
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(Estratto dal capitolo) Che dell’amore non si butta niente…
La
strada, si diceva all’inizio, è impervia e ricca di tornanti.
Lungo il tragitto si incontrano uomini sopraffati e uomini
sopraffattori, vittime e carnefici; alle volte ci si imbatte in
semplici spettatori. Tutti mossi o schiacciati da motivazioni
politiche o da interessi economici. Eppure qualcosa manca in
questa descrizione, in questa analisi: manca l’amore. Troppo
spesso ci si dimentica che esso ha un ruolo tutt’altro che
irrilevante nel corpus degregoriano. L’amore ha una parte
fondamentale nella vita dell’uomo. La frase potrebbe apparire
banale, ma è al tempo stesso innegabile. Il fatto è che se ne
rende conto anche De Gregori, che, infatti, ha un atteggiamento
estremamente prudente nel trattare l’argomento, quasi una sorta
di pudore. Inoltre, l’amore è per sua natura ambivalente. Da una
parte, infatti, esso è uno dei motivi che genera il dolore che
caratterizza l’umanità, dall’altra ne è, o ne può essere, il
rimedio. Nel solco della nostra tradizione lirica, e più in
generale di tutta la produzione letteraria sull’argomento,
l’amore può essere fonte di solitudine causata dall’abbandono
dell’altro: “È facile per me, pensare che eri strana/ e che te
ne sei andata/ perché l’ho voluto io,/ ma dove sei stanotte,
amore mio” (Sono tuo). O addirittura di follia: “Ieri, ho
ammazzato la mia formica,/ diceva che ero pazzo./ Io, pazzo
forse per gioco,/ ma per niente e per nessuna” (Dolce amore del
Bahia); “Ricordo che giocavo coi tuoi occhi/ nella stanza e ti
chiamavo ‘mia’/ ben oltre la coperta ad uncinetto,/ c’era il
soffio della tua follia” (Bene). Gli amanti sono spesso assenti
o lontani: “Belli capelli, capelli neri,/ che t'ho aspettato
tutta notte/ e tu chissà dov'eri” (Belli capelli); “dove sarà la
tua mano, dolce,/ dove sarà il tuo amore?” (Povero me). Andati
via o, quantomeno, in procinto di lasciarsi: “Capelli d'oro, che
sei partita/ e chi lo sa se torni” (Belli capelli); “Capo
d’Africa è la voce di una donna che ci ama/ e che abbiamo
abbandonato, in un grande appartamento,/ ci ha lasciati per un
bacio, per uno stupido tradimento” (Capo d’Africa); “Chi di voi
l’ha vista partire,/ dica pure che stracciona era […]/ la
mattina che prese il treno” (Renoir). Eppure anche nella
lontananza lasciano tracce di sé, del loro passaggio – forse
l’unico – come la foto di lei sorridente in Rimmel:
“Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi, se per caso avevo ancora quella foto, in cui tu sorridevi e non guardavi […] e quando io, senza capire ho detto "sì", hai detto: "è tutto quel che hai di me"”
Che diventa forse un poco sbiadita qualche anno dopo in Caldo e scuro:
“Così mi son sentito piccolo
come un
chicco di grano,
ed ero già
lontano. qualche anno prima”. L’amore inoltre – paradossalmente, anche quello che si realizza compiutamente - può essere un impedimento al viaggio, alla conoscenza; può portare alla dimenticanza di sé, a scatti di rabbia e miserie: “Io non ricordo che occhi avevi,/ l’ultima volta che ti ho insultato/ l’ultima volta che ti ho lasciato” (Dolce amore del Bahia) Può essere come il Canto delle sirene che ostruisce l’accesso ai naviganti. O come l’abbraccio di Calipso che avvinghia per sette anni Ulisse presso l’isola di Ogigia, rendendolo dimentico degli altri affetti e delle alte imprese a cui è destinato. |
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