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Pacifico – Showcase Fnac di Genova, 24 gennaio 2009:
Incontrare di persona Pacifico fa sempre un certo effetto. Da una
parte, infatti, l’autore milanese-napoletano (ma con un quarto
brasiliano) è lontano mille miglia dallo stereotipo dell’artista
classico. Pacifico sembra una persona estremamente timida,
riservata. Sale sul piccolo palco della Fnac e guarda quasi
incredulo il pubblico che è venuto ad ascoltarlo… come pensasse: “Ma
sono qui proprio per me?”. Eppure ogni tanto si sente che di questo
contatto con la gente ha bisogno: gli scappa una battuta di spirito,
scherza con una bambina che lo fotografa e con una signora che gli
chiede di Fabio Volo (“Pensavo mi chiedessi il suo numero di
cellulare”). L’unica concessione da pop star semmai la concede al
look, che fa - in effetti - parecchio “intellettuale”: maglietta a
collo alto, maglioncino scuro, giacca di velluto e sciarpa.
Incalzato dalle domande di Lucia Marchiò (di Repubblica), le
sue risposte sono sempre improntate alla pacatezza. Si vede lontano
un miglio che non parlerebbe male dei suoi colleghi neppure sotto
tortura. Sorride quando ricorda le sue collaborazioni: “Caterina
Caselli è una forza della natura: alle volte piomba in studio
all’una di notte…col rischio di non trovare nessuno!; “Io e
Gianna Nannini siamo l’opposto, anche se lei afferma che io
dentro ho un’anima rock: lei saltella in continuazione da una stanza
all’altra, io muovo la testa ogni quindici minuti”, “L’incontro con
Bersani è stato incredibile: fino al giorno prima io, che sì
avevo scritto Le mie parole, ma non ero nessuno, lo vedevo in
televisione e tac il giorno dopo mi chiama per collaborare”. Sul
perché non fa canzoni “politiche” risponde citando Dori Ghezzi:
“Lei ha detto che di fronte alla crisi attuale in Italia e non solo,
De André avrebbe scritto una canzone d’amore… mi sono detto:
è la strada che seguo io. E poi io c’ho anche provato a scrivere
canzoni politiche, ma erano talmente noiose e retoriche che mi
addormentavo sul foglio”.
Ma è quando
incomincia a cantare che lo strano effetto di cui parlavo prima
diventa evidentissimo. Si assiste ad una sorta di dicotomia tra la
voce che canta e il contenuto di quella voce… quello stesso
Pacifico, che emanava serenità e pacatezza mentre parlava, ci canta
– accompagnato alle tastiere da Alberto Fabris - di dolori
ancestrali, di un senso profondo di inappagamento, della ricerca di
una via di fuga dal grigiore della quotidianità. La cifra stilistica
– a livello testuale – è l’utilizzo delle rime che si incastrano a
volte vicinissime, mai banali, spesso si tratta di verbi al
participio aggettivati posti a conclusione del verso. Anche nella
scelta delle canzoni Pacifico sorprende: ci si aspetterebbe una
raffica di pezzi tratti dall’ultimo album, In ogni casa. E ,
invece, saltella anche tra i suoi precedenti lavori: Dove
comincia tutto, L’incompiuta, Dal giardino
tropicale, Solo un sogno, Le mie parole e, a
chiudere, la hit del momento Tu che sei parte di me. Pacifico
alza la testa, mette via i campanellini che aveva attaccato vicino
al microfono, un rapido inchino e un “grazie” che sembra quasi un
“scusate il disturbo”.

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